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l'opinione''Tecnici da bar'' di Franci
26/03/2010

 

 

È espressione che si è soliti usare per sottolineare il fatto che, in materia calcistica, tutti hanno l’abitudine  - e la facoltà - di dire la loro. Come in tanti altri settori della vita, ad esempio la politica, in merito alla quale tutti abbiamo abitudine e facoltà di esprimere opinioni. Ma in questo caso, qualunque siano le idee che si esprimono, condivise o meno, valide o no, nessuno si è mai sentito chiedere, né mai accadrà, se è un deputato o un senatore per potersi esprimere al proposito o, peggio, sentirsi irridere quale “politico da consiglio di circoscrizione”.

 

 


Quando Leonardo e Ferrara sono stati scelti per guidare due tra i massimi clubs italiani, qualcuno ha avuto da eccepire (tra costoro, dico purtroppo, anche Gasperini). Soprattutto perché non diplomati a Coverciano o perché non avevano “fatto gavetta”. Qualcuno delle alte sfere ha replicato secco che i trascorsi calcistici dei due erano tali che, anche senza attestati ufficiali, era da supporre che capissero cosa vuol dire giocare al calcio. Il Centro tecnico di Coverciano è stato inaugurato negli anni ’50, quando cioè a calcio, in Italia, si giocava da oltre sessantanni. Ed allenatori validi se ne ricordavano già a mazzi. Un gustoso aneddoto ci viene raccontato dagli storici genoani a proposito di Verdeal: quando si presentò al Ferraris, sconosciuto, tirò fuori dalla valigia un paio di scarpe da gioco vecchie e piuttosto malconce e salì sul campo per un provino. Garbutt a fare dei cross e De Prà in porta. Bastarono pochi minuti di tiri e De Prà, che pure non era allenatore “diplomato”, si precipitò al telefono e chiamò in Società intimando “preparate il contratto…Abbiamo un campione!”. E Arrigo Sacchi dimostra che non è per forza necessario essere stati campioni per capirne qualcosa. Come ci ricorda anche Carletto Mazzone. Se poi vogliamo restare in casa nostra, nessun esempio può essere più significativo di quello del Professore. Anni fa rimasi piuttosto colpito da un’intervista a Malesani nel corso della quale affermava di ritenersi fortunato a poter allenare in serie A perché – precisò – “sino a pochi anni fa questa gente la vedevo per televisione, al bar”. E ricordava di come facesse commenti con gli altri avventori. Adoperò proprio l’espressione “insomma, ero un tecnico da bar…”.  Il calcio e le sue regole sono uguali, ovunque, al Maracanà come al Torbella…Cambia solo la qualità dei protagonisti e il fondo del terreno da gioco.

Per questo, quando parlo di “tecnici da bar”, lo intendo sempre nel senso indicato all’inizio e che le discussioni trovano in genere terreno di confronto proprio nei bar. Molti lo intendono invece in senso negativo, addirittura dispregiativo, gradatamente sostituendolo in omaggio al diffondersi di internet con la più moderna espressione “ultrà da tastiera”, anch’essa connotata negativamente.

Quando ancora abitavo a ….., nel bar che frequentavo, notavo spesso un tizio appoggiato al bancone davanti ad un bicchiere. Quasi sempre da solo e silenzioso, anche se tutti parevano conoscerlo e lo salutavano. E quando, raramente, si lasciava coinvolgere nelle discussioni sul calcio, mi colpiva il fatto che gli sentivo sempre esprimere opinioni piene di senso e quanto mai pertinenti. Per niente “da bar”. Finché un giorno, allontanatosi dopo aver fatto il solito rapido ma quanto mai appropriato commento a proposito di qualcosa di calcistico, mi rivolsi ai presenti ed esclamai. “belin, ma o xxxxx  o se n’a capisce, e tanto, de balòn …” ottenendo in risposta da uno di loro un mezzo sorriso e un gesto come di condiscendente comprensione nei confronti di chi parla senza sapere. “O xxxxx? O se n’a capisce ciù de tutti noiatri missi insemme e de tanti axi che van in televixiun. O l’ea proprio bon. O l’è staeto anche in to …..(squadra di A). Ma o te gh’aiva na testa… E poi…” e accennò verso il bicchiere.

Quindi, al bar, non tutti quelli che parlano dovrebbero star zitti. Ci sono ottimi “tecnici da bar” che, semplicemente, hanno optato per altra professione.

 

Franci

 

 



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