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dalla redazioneCos'è l'intenzione
12/07/2011

 

                        Considerazioni controvento

                     per coloro che hanno guardato il caso

                        Australia-Guinea Equatoriale

 

                       (vedi Pensieri in Libertà dell’8 c.m.

                    con particolare riguardo a quello di Pocci)

 

ecco il file da Youtube: http://www.youtube.com/watch?v=MCSpuIUnPNY 

 

Avvengono a volte fatti che, irripetibili nella loro unicità, aprono spiragli sorprendenti sulle cose più quotidiane.

 

 


La vicenda del pallone trattenuto in mano dalla negretta con la maglia N° 2 senza intervento dell’arbitra ungherese ha appunto questa caratteristica.

 

Il commento di tutti quanti è stato di sbalordimento: è stato negato un calcio di rigore che più solare non si può immaginare.

 

Un difensore potrebbe mai prendere la palla in mano e trattenerla senza averne intenzione? Impossibile. E sappiamo che l’intenzione determina il fallo di mano.

 

L’unica conclusione, benché quasi assurda, è che l’arbitra magiara non abbia visto niente.

 

Ma, come detto, voglio provare a socchiudere quello spiraglio, nonostante l’assurdo del fatto.

 

L’intenzionalità è un elemento astratto, mentale, che appartiene ad un giocatore e che per primo l’arbitro ma poi ogni spettatore sono chiamati ad interpretare per attribuirla al fatto oppure no.

 

Anche in questo caso, per chiarire il concetto astratto, nelle regole del calcio si cerca di spostarne l’interpretazione verso un fatto fisico, meccanico: se sia la palla ad andare contro il braccio, se ci sia vicinanza, eccetera. Questo ausilio però non è probante, può fuorviare: infatti l’essenziale questione riguarda il pensiero del giocatore.

 

Se gli arbitri si trasformassero in angeli capaci di leggere il pensiero, noi spettatori vedremmo l’applicazione perfetta del regolamento senza poterla comprendere tuttavia. Diverse fasi di giuoco perfettamente identiche in ogni particolare del loro sviluppo troverebbero decisioni arbitrali opposte. Le discussioni si sposterebbero sul pensiero degli angeli.

 

Se vogliamo vedere come la regola nel presente e nel passato ha cercato di esprimere questa idea astratta, l’intenzione, dobbiamo tener ben presente che si tratta soltanto di rivestire con diverse parole un concetto per sé immutevole: cos’è l’intenzione lo abbiamo saputo sempre tutti. Le definizioni, come insegnò circa un secolo fa Ludwig Wittgenstein, sono tautologiche, non hanno un vero significato.

 

Il regolamento tradizionale, come lo conoscevamo noi praticanti di alcuni decenni fa, descriveva così il fallo:

 

giocare con la mano il pallone

(cioè portare, colpire o lanciare il pallone con la mano).

 (naturalmente dopo il cappello che copriva tutti i falli da punizione diretta: “intenzionalmente”).

 

L’attuale versione è molto più radicale: compie fallo chi 

 

tocca volontariamente il pallone con le mani.

 

Naturalmente il testo italiano poco vale nei campionato mondiali femminili, e pertanto ricorriamo al testo ufficiale attuale Fifa, che punisce chi

 

handles the ball deliberately.

 

Traduzione di “to handle” di Lysle-Gualtieri: adoperare le mani.

 

Già nel primo testo emerge l’accostamento dei due termini: giuocare e intenzionalmente. Cosa vuol dire giocare intenzionalmente? Evidentemente, avere intenzione di ottenere un vantaggio di giuoco, a favore della propria parte.

 

Si son spesso dette cose a sproposito sulla differenza tra gesto volontario e gesto istintivo. Nessuna versione del regolamento ha mai considerato il fallo istintivo. L’azione istintiva è volontaria. Se un giocatore si ripara il volto con le mani per un gesto istintivo, si deve considerare, nel modo più assoluto, che si sia riparato il volto con un gesto volontario. 

Tutti noi, nella propria modesta o gloriosa carriera di calciatore o anche di altri sport, abbiamo potuto renderci conto che alcune giocate particolarmente abili nascono da sole, “per istinto”, e tuttavia sono espressioni della nostra capacità. Anche nei nostri sport europei possiamo constatare la profonda verità che esprimono i maestri giapponesi di arti marziali quando affermano che l’azione deve precedere l’intenzione.

 

Se dunque non c’è differenza tra il gesto volontario e quello istintivo, perché chi si ripara il volto non si considera in fallo?

 

Come dice il primo dei tre testi riportati, perché non gioca la palla, cioè non intende trarre vantaggio di gioco dal rimbalzo.

 

Questo è il giusto spirito della regola, così è sempre stato e dovrà essere sempre. Il completamento aggiunto alla regola, che specifica: portare, colpire o lanciare, serve da esemplificazione ma non può considerarsi esauriente. Infatti tutti consideriamo giusto, per fare un esempio, che venga punito chi allarga le braccia per fare schermo, anche se parando poi il tiro non avrà “portato, colpito o lanciato” la palla. 

 

Ora, per proseguire la discussione, concediamoci un’ipotesi: la bella negretta con N° 2 sulla schiena si sia trovata con la palla di rimbalzo tra le mani casualmente, senza una vera volontà di interrompere l’azione e giocare la palla con le mani. E’ un’ipotesi un po’ forzata, ma non del tutto assurda. Concediamoci questa licenza: immaginiamo che tale sia stata l’impressione dell’arbitra magiara.

 

Se dunque teniamo per buona la versione valida mezzo secolo fa, dopo aver notato che il N° 2 non ha portato, colpito o lanciato la palla, dobbiamo chiederci in quale momento l’abbia giuocata.

 

Non nello stare ferma, con la palla in mano e l’aria sorpresa: quello non è giuocare. Potrebbe averla giocata quando l’ha lasciata cadere a terra, agevolando la presa della portiera: un gesto passivo che assomigliava però a una rinuncia a giocare, piuttosto che una giuocata.

 

Dunque il testo antico lasciava uno spazio di incertezza. Ma passiamo all’oggi.

 

Il testo inglese attuale è più generico: vuole uscire dall’ambiguità di quella successione di descrizioni di atti ma abbraccia tutto in un unico termine generale: maneggiare la palla, cioè farne uso. Rimane intatta l’altra più importante e ineludibile ambiguità: quella paroletta lì a fianco, “deliberatamente”. A che pro? Se c’è un uso delle mani, che scopo ha questo uso? Non c’è uso senza scopo.

 

Ricadiamo ineluttabilmente nel medesimo concetto già visto: la deliberata volontà di trarne vantaggio di giuoco. 

 

L’interpretazione della regola a questo punto coincide con la precedente. Il fallo è stato nel toccare inizialmente la palla, se fatto com malizia; oppure, al limite, nel lasciar cadere la palla, se fatto con malizia. Non nell’averla trattenuta da ferma.

 

La logica non può essere assurda. La conclusione però sembra assurda.

 

Ci discostiamo invece con la dizione italiana attuale, che non è l’esatta traduzione del testo inglese. Toccare non equivale a manipolare. La volontà di toccare non implica più la volontà di trarre un vantaggio, non prevede un uso, è un puro fatto fisico, depurato del concetto astratto dello scopo. In base a questa nostra dizione attuale, anche lo stare fermi con la palla in mano, pur in assenza di tentativo di giuoco, è fallo.

In Italia dunque, ineluttabile sarebbe stato il calcio di rigore.

 

Penso che il testo italiano sia infelice.

 

Comunque questa nostra infelicità locale non poteva influire sulla partita internazionale Australia-Guinea.

 

Peraltro c’è un’altra particolare irregolarità nel trattenere la palla. Sappiamo che un giocatore non può accosciarsi sul pallone tenendolo stretto perché lo sottrarrebbe al concorso degli altri giocatori (come anche non può trattenere in mano la palla oltre in certo limite il portiere). Questo è un fallo che avrebbe dovuto sanzionarsi se fossero accorse giocatrici avversarie; ma non con un rigore, bensì con un calcio indiretto.

 

Dunque, è lecito dare addosso all’arbitra ungherese, che ha fatto quancosa di orripilante per la totalità degli spettatori, dei commentatori e dei funzionari della federazione internazionale.

 

A meno che l’arbitra Gaal non sia invece un angelo, in grado di captare in un istante una serie di considerazioni celesti con la conclusione che il N° 2 Ghana era in realtà innocente di ogni malizia e non ha adulterato l’azione.

 

Siamo in democrazia e in democrazia gli angeli purtroppo sono in minoranza.

 

 

 

Vittorio Riccadonna

 

 

 



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