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i quaderniIL CASO SARDI - SANTAMARIA (13)
24/12/2015

 

CONSIDERAZIONI FINALI

Restano della vicenda alcuni punti ben poco chiari, tanto da rendere pienamente giustificata l’espressione adoperata da Edilio Pesce – “circondata da alone di mistero” – a sottolinearne le circostanze ed i particolari che non riuscirono mai a trovare una risposta o un spiegazione inequivoca.
Ci si potrebbe ad esempio chiedere se i due giocatori ebbero mai occasione di citare il tentativo fatto, e ricordato da Santamaria nei suoi ricordi personali, presso il prof. Lai per restituire la somma raccolta dai soci della Doria al fine di consentire la loro permanenza a Genova durante il servizio militare. E se ciò non avvenne, per quale ragione.

 

 


Perché Santamaria insiste ad accreditare la ricostruzione sua e di Sardi  come “esatta versione dei fatti” in epoca ben posteriore e dunque non più inficiata dalla necessità di tacere verità forse scomode. Ancora, a puro titolo di curiosità, sarebbe interessante conoscere i motivi per cui l’unica società il cui delegato (il futuro arbitro Enrico Tergolina) espresse voto contrario fosse di Genova, e cioè il Fiorente Football Club.[1]

Soprattutto, sarebbe interessante sapere quando e perché il Genoa si rese conto che la sua difesa, così come inizialmente impostata, non avrebbe avuto alcuna possibilità di reggere e convincere i delegati. Vi fu davvero chi, all’ultimo, si decise ad ammettere le proprie responsabilità sino allora taciute anche agli altri stessi dirigenti genoani?

Ancora: perché non risulta da alcuna cronaca che in un momento tanto grave ed importante per il sodalizio, non fosse presente a Vercelli il suo presidente ed il Genoa fosse rappresentato unicamente da Edoardo Pasteur, per quanto questi, come si vide, figura di rilievo persin superiore. Ma questa domanda introduce un altro e più importante argomento che si analizzerà in prosieguo.

Né si può negare una qual certa sorpresa nel constatare l’esito quasi da romanzo da appendice con cui si risolse la vicenda laddove la pressoché unanime sollevazione di sdegno, ben esemplificata da quanto si poteva leggere sui giornali o desumere dalle dichiarazioni di persone a vario titolo coinvolte nel mondo del foot-ball (per attenersi alla terminologia in voga), lasciava presagire una soluzione dai risvolti addirittura drammatici per il Genoa. Certo, l’ammissione di responsabilità contenuta nel discorso di Pasteur e la seguente perorazione, oltre ad evitare di protrarre inutilmente il dibattimento, fecero indubbiamente presa sull’uditorio, poco propenso ad ascoltare difese basate su giustificazioni impercorribili quanto, al tempo stesso, ben disposto invece a lasciar vibrare le corde del sentimento e quasi solo in attesa di poter compiere il “beau geste” di fronte alla conclusione di Pasteur, suonata in pratica come un rimettersi alla clemenza della corte.

Come ben è stato evidenziato da un tifoso genoano di lunga militanza, Vittorio Riccadonna, “nel suo compito di difensore, Pasteur si trovò di fronte ad una battaglia persa. Per quanto si è capito, abbandonò la strada legale per parlare di grandi principi. Erano grandi principi l’attività sportiva, la dedizione a fondare e promuovere uno sport nuovo, l’opera di proselitismo, il magistero, i successi, la diffusione dello spirito sportivo. Il Genoa era grande perché aveva fatto grande il gioco del calcio in Italia. Il Genoa era il principale pilastro dell’attività calcistica. Immorale abbatterlo, anche in presenza di un errore. Alle norme legali, Pasteur contrappose grandi principi morali. Ho sempre trovata straordinaria questa forma di contrapposizione, che oggigiorno sembra impensabile, impraticabile. Straordinaria poi e perfino commovente l’adesione del presidente della Doria, seguito dagli altri componenti del Consiglio i quali tennero tanto in considerazione i meriti del Genoa da farne una lode e sollevarlo, per questi, da un’accusa quanto mai calzante. In quell’occasione Pasteur fu quasi un secondo fondatore del Genoa, poiché lo salvò dalla cancellazione dai ranghi ufficiali: merito immenso. Ma maggiormente colpisce quella unanime eco che sollevò: intenerisce il riflettere che in quel tempo lontano anche nel governo del calcio, malgrado i molti errori e favoritismi, esisteva una componente di alta spiritualità”.

Questa edificante lettura la si ritrova nei commenti che accolsero le risultanze del giudizio, costituendone una sintesi esemplare. Già il titolo “L’Assemblea federale di Vercelli - La grave questione del Genoa Club risolta con equità e moderazione” che Lo Sport del Popolo del giorno 14 riservava alla vicenda, lasciava trapelare il tenore delle considerazioni svolte circa le decisioni assunte.

Si leggeva infatti, tra l’altro:

 

“La gravissima questione del Genoa Club e dei casi di professionismo che hanno provocato i noti provvedimenti, ha avuto la migliore desiderabile soluzione, grazie al simpatico atteggiamento assunto dal Genoa, che ha avuto il tatto di rinunziare a farsi rappresentare dai soliti battaglieri suoi delegati per mandare alla seduta l’ottimo e corretto signor Pasteur, il quale gode fra tutti i delegati le più vive simpatie per il suo passato sportivo, per l’indiscussa sua correttezza, e che ebbe la diplomazia di presentare la questione scabrosa e spinosa in modo da smussare le angolosità e da disarmare i delegati più focosi. Pasteur non ha tentato la difesa, né ha insistito, neppure per un istante, sulla eccezione di procedura che aveva sempre formato il caposaldo della difesa del Genoa Club.

Il suo club ha fatto atto di resipiscenza e per bocca del simpatico delegato ha avuto frasi corrette che, senza negare i fatti e senza ammetterli esplicitamente, tendevano a scagionare la Società per riversare la colpa sopra un socio, il quale avrebbe agito di sua iniziativa, all’insaputa della Società stessa, per troppo amore verso la medesima.

L’atteggiamento generoso del signor Zaccaria Oberti, presidente dell’Andrea Doria, che ha offerto la mano al vecchio amico di sport, compiacendosi per la sua scelta a delegato, e che ha formulato l’augurio che le due società genovesi, uscite entrambe indebolite da questa lotta, possano in avvenire cercare di migliorare le proprie squadre allevando nuovi promettenti campioni fra gli elementi locali, attenendosi alla rigorosa osservanza dello statuto e mantenendosi ligie alle nobili tradizioni sportive, ha fatto grandissima impressione sull’assemblea.

Le nobili, ispirate parole del signor Oberti, che venivano a favorire la tesi del Genoa e ad invitare l’assemblea ad essere clemente, invitando però il club rivale a cambiare rotta e a ritornare alle antiche tradizioni che lo resero considerato e fiorente, hanno avuto un’eco profonda tra i delegati, nei quali si è insinuata così, anche per le nobili frasi dell’avv. Bozino, la persuasione dell’opportunità di non incrudelire contro il più forte club italiano, che riconosceva i propri torti, facendo dignitosa onorevole ammenda”.

 

Dopo aver dato atto delle discussioni relative all’entità della punizione e per giungere all’approvazione di un ordine del giorno capace di riunificare le varie istanze emerse tra i delegati, facendosi forse interprete delle tendenze manifestatesi in modo non così unanime come le risultanze della votazione potevano indurre a ritenere, concludeva:

 

“Un’era nuova si presenta dunque dinanzi a noi, apportatrice di proficuo lavoro, di sana e nobile emulazione, di rigorosa e corretta osservanza dello statuto federale?

Parecchi delegati erano molto scettici al riguardo, e pur plaudendo all’opera della Presidenza federale e sanzionandone i rigorosi provvedimenti, non nascondevano il loro scetticismo circa la possibilità di una radicale epurazione. Temevano alcuni che la presidenza si arrestasse ai provvedimenti finora presi, vuoi per la difficoltà di procedere ad ulteriori proficue indagini, vuoi forse per amore di quieto vivere. Altri invece hanno manifestata la preoccupazione che nuove rigorose sanzioni venissero a calare in misura troppo gravosa su alcuni Clubs per fatti di professionismo ormai, diremmo, quasi passati alla storia.

Ma la discussione lunga e misurata fatta su questo punto ha significato: rigore e meticolosità nel ricercare tutti i casi di professionismo da punire; relativa mitezza nelle pene per non colpire troppo fortemente quei Clubs che, nella quasi generale inosservanza delle norme statutarie, avevano tratto la convinzione che, ormai, il professionismo fosse, se non permesso, tollerato.

Noi riteniamo che abbia fatto molto bene l’assemblea a mostrarsi ben decisa a voler sradicare la mala pianta del professionismo, ma che per contro sia stata ben ispirata a non seguire quei delegati che volevano eccedere nelle punizioni a carico del Genoa”.

 

Quel che è certo è che l’argomento aveva ormai attirato un’attenzione più generale e non focalizzata solo sull’estirpazione della “mala pianta”. Ecco così la Gazzetta dello Sport del 1 agosto proporre in prima pagina un articolo a firma Melanio Laugeri che poneva seriamente all’attenzione dei lettori la problematica del professionismo, cui nelle settimane precedenti tanto risalto era stato conferito, seppur affrontata da un’ottica particolare ma alquanto diffusa, vale a dire della contrapposizione assai sentita tra calciatori indigeni e calciatori stranieri. Titolando “In difesa degli stranieri”, l’autore argomentava come non vi fosse giornale in cui non si leggessero trafiletti che richiamavano alla necessità di avere giocatori italiani nelle squadre; non vi fosse città o paese in cui si praticasse il calcio in cui non si levassero voci contro il danno arrecato dal fatto che si potessero portare stranieri all’interno delle cosiddette “squadre pure”. Sottolineando come “l’antipatico gesto del Genoa che, forte dei suoi mezzi e della sua cassetta, ha aspirato a conquistare il campionato italiano chiamando a disputarlo tutta una raccolta di inglesi (…)”, avesse determinato un senso di ribellione da parte di coloro  che vivevano solo delle proprie risorse e delle proprie energie, sosteneva però vi fosse stato un travisamento dell’oggetto della campagna che, anziché dirigere la crociata contro chi provocava l’arrivo dei giocatori stranieri, l’aveva indirizzata anche a tutti gli stranieri che praticavano il calcio in Italia.

 

Si era cioè diffusa l’idea tra gli stessi praticanti ed il pubblico che “lotta contro lo straniero” fosse sinonimo di “lotta contro il professionismo”. Per questa ragione la battaglia nazionalista, in un momento in cui le spinte xenofobe trovavano largo seguito in qualunque settore, aveva trovato un maggior numero di sostenitori di quanto si sarebbe creduto. La presenza di qualche straniero in una squadra, induceva a pensare al professionismo e faceva dubitare quindi dell’onestà di quel club. Citando, quale esempio della poca coerenza dell’assunto straniero = professionismo da molti sostenuto, la circostanza che il Genoa, per poter usufruire delle prestazioni di Fresia, Sardi e Santamaria aveva ben dovuto rinunciare a degli stranieri (come già ricordato, per impiegare Santamaria, il Genoa rinunciò ad un giocatore del valore di Grant ndr), il giornalista chiedeva polemicamente se questo significava forse “purificarsi” dal professionismo.

Agli inizi del football in Italia, il movimento sorto nei piccoli centri di provincia dovuto alla presenza di forestieri che ivi si trovavano per occupazione o impieghi era stato indubbiamente minore, sotto questo profilo, rispetto alle grandi città, che erano quindi risultate favorite. In tal modo, nelle piccole città aveva avuto il sopravvento la partecipazione di giocatori indigeni e da questo in buona parte originava l’avversione di giocatori e tifosi di squadre espressione dei piccoli centri di provincia nei riguardi di quelle delle grandi città.

I giocatori sin lì puniti per aver percepito denaro da questo o quel club erano cinque: Swift, Comte, Fresia, Sardi e Santamaria, cioè tre italiani e due stranieri. Se poi si considerava il recentissimo caso  Carcano, ecco che il numero risultava doppio. Se si vogliono escludere gli esteri perché peccano di professionismo - sosteneva Laugeri - allora a maggior ragione si sarebbero dovuti escludere gli italiani. Lasciando peraltro sottintendere conseguenze poco felici. E si chiedeva se fosse lecito ed onesto impedire a chi veniva spontaneamente in Italia, magari studenti, di partecipare alla competizione. Le squadre italiane avrebbero dovuto ricordare che esse dovevano la loro forma attuale allo spirito che le aveva spinte per l’ambizione ed il desiderio di eguagliare i campioni stranieri che avevano divulgato il calcio da noi ed a cui erano debitori del proprio perfezionamento.

In via incidentale e con attinenza alle problematiche e considerazioni proposte da Laugeri e molto parzialmente invece al processo intentato al Genoa ed ai giocatori per l’accusa di professionismo, merita di essere ricordato che nell’assemblea di Vercelli venne discussa anche

 

“ .. la grave e delicata questione dell’ammissione dei giuocatori esteri alle gare di campionato. I pareri furono discordi e la lunga discussione non potè approdare ad una precisa affermazione di maggioranza poiché mentre in massima pareva preponderante il convincimento d’impedire agli stranieri di partecipare al campionato se non residenti da almeno un anno in Italia, non fu possibile intendersi circa il numero di stranieri da ammettersi in ogni singola squadra”. [2]

 

A proposito di professionismo, una teoria decisamente curiosa e “del tutto personale” - come veniva infatti precisato - era stata proposta da Umberto Meazza, presidente dell’AIA, in uno dei vari articoli sull’argomento in attesa dello svolgimento dell’Assemblea, firmato Ermete Della Guardia.[3]

Meazza era convinto che anziché limitarsi a reprimere il professionismo, fosse meglio prevenirlo e riteneva di aver individuato un mezzo efficace in tal senso: limitare il prezzo del biglietto sui vari campi di calcio, essendo fuor di dubbio che il professionismo potesse essere attuato solo da quelle Società che potevano disporre di ampi cespiti di entrata.

 



[1] A proposito di questa Società, tre giocatori cresciuti nel suo settore giovanile e passati al Genoa, si laurearono campioni d’Italia

vestendo il rossoblu: il portiere Adolfo Gnecco e il centrocampista Giovanni Battista Traverso nel 1914/15 e il difensore Mario Costella nel 1922/23 e 1923/24.

[2]  Lo Sport del Popolo, 14 luglio 1913

[3]  Lo Sport del Popolo, 12 luglio 1913

 



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